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Bonifica area ex Rumianca
 

Il Tirreno, Carrara - 7 dicembre 2009

Quando cominciai a lavorare alla Rumianca avevo circa 18 anni, e sentii dire, ma vagamente, che nel periodo bellico era stato trattato un gas per la guerra. Però non ho mai avuto riscontri. Dal 1951 al 1986, il tempo che ho lavorato nello stabilimento di Avenza, sono state trattate solo sostanze chimiche per l'agricoltura». E' quanto ricorda Nino Giusti, 76 anni.« «Se in precedenza ci sono state altre produzioni non lo so. La zona industriale è nata per volere del Duce». Giusti, commenta così la notizia pubblicata ieri dal Tirreno, relativa alle clamorose rivelazioni tratte da un documento che Gianluca Di Feo, giornalista dell'Espresso, ha ritrovato a Londra negli archivi nazionali inglesi. Nell'ex Rumianca, ci sarebbe stato un deposito con gas tossico negli anni Quaranta. In un pasaggio del suo libro «Veleni di Stato», si legge fra l'ltro che la Rumianca «nel 1940 venne mobilitata per sfornare testate con derivati dell'arsenico, assassini invisibili che provocano una morte repentina». Giusti ha lavorato all'ex Rumianca, prima per ditte esterne, e dal 1960 come operaio specializzato nello stabilimento. Divenne impiegato capoturno negli anni Settanta. In tutto quel periodo, dice, «sono stati trattati prodotti per l'agricoltura, fra cui diserbanti per le risaie». Nel 1984 lo stabilimento non si chiamava più Rumianca (ha cambiato vari nomi: Anic, Anic agricoltura, Enichem, e attualmente l'area è sottoposta a bonifica da parte della società Syndial): il 12 ottobre di quell'anno avvenne una accidentale fuoriuscita di fumi tossici da una tramoggia. La fabbrica fu chiusa per gli accertamenti, e non riaprì più. Cominciò l'infinita fase di disinquinamento tutt'ora in corso. «Fecero migliaia di buche e di prelievi per analizzare il terreno», dice Giusti e aggiunge di non avere mai sentito parlare, durante quelle operazioni, di sostanze riconducibili al periodo bellico. Vittorio Geloni, oggi segretario provinciale dei pensionati Uil, ex segretario dei chimici: «Armi chimiche nell'ex Rumianca? Mi sembra fantascienza. Io ci ho lavorato dal 1965 al '77 (poi sono passato alla Montedison), ero alla centrale termoelettrica, ma sapevo che si producevano diserbanti. Di altro non ho mai sentito parlare». Marco Del Papa, perito chimico all'ex Rumianca negli anni Sessanta: «Mai sentito parlare di gas tossici per scopi bellici. Il rifugio antiaereo venne usato come magazzino per materiali di scarto». Si riferisce a produzioni per l'agricoltura. Nel dopoguerra una serie di impianti sarebbero stati ispezionati dagli Alleati, ma, scrive Di Feo, «i risultati di quelle verifiche non sono noti». I 170mila mq. ex Rumianca, sono sotto bonifica da 20 anni: si è sempre sentito parlare di sostanze legate all'agricoltura. C'è un passato remoto ancora sepolto?

I soldati alleati trovarono i due depositi nella fabbrica

Ci sono le voci e poco altro. I dipendenti (superstiti) della Rumianca non ricordano che in fabbrica si sia prodotto gas tossico, ma la cosa è accertata. Nel suo «Veleni d'Italia» lo scrive l'autore Gianluca Di Feo a pag. 75 spiegando cosa succede dopo lo sfondamento della linea Gotica ad aprile '45: «Nella zona di Massa Carrara la presenza di due depositi, con il disfogene prodotto dalla Rumianca, viene confermata dalle avanguardie americane». L'autore non cita in questo caso le fonti. Del resto i depositi di armi chimiche erano segnalati in un rapporto dei servizi segreti inglesi che seguivano l'Ottava Armata che risaliva la Penisola, erano ben tre - almeno nella nostra zona. Oltre quello nella zona industriale di Apuania, c'era un deposito ad Aulla ed uno a Romito Magra. A questo punto, al di là delle notizie che potevano avere i poveri dipendenti della Rumianca, sarebbe interessante sentire cosa sanno o comunque cosa ricordano i partigiani che combatterono sulla linea Gotica, ma anche quelli che operavano in val di Magra e soprattutto su in Lunigiana. E non solo i partigiani. Sarebbe interessante sapere cosa sanno gli storici della Resistenza, loro che hanno studiato le vicende locali. Di Feo non esclude nel libro che bombe chimiche siano ancora sepolte sotto altri veleni

Progetto di bonifica del sottosuolo: previsti cinque anni dall'ok ministeriale

Il Tirreno, Carrara - 8 dicembre 2009

Il suolo è stato bonificato, il sottosuolo ancora no: per farlo occorreranno 4 o 5 anni, il progetto attende il decreto attuativo del ministero. Questo fu detto nel 2006 da funzionari della Syndial (Eni) che si occupa dell'area ex Enichem. La Syndial infatti sta operando per il disinquinamento dei 17 ettari di terreno avvelenati dall'attività chimica cessata praticamente dal 1984. Nel maggio del 2007 scrivemmo che la Syndial stava ancora aspettando il decreto attuativo del ministero dell'ambiente dopo che la conferenza dei servizi si era riunita a Roma nel luglio dell'anno precedente per esaminare il progetto di bonifica. E pare (mancano per ora conferme ufficiali), che le cose stiano ancora a questi punti. Intanto, da tempo è in corso la bonifica della falda idrica, con apparecchiature installate da Syndial, in via provvisoria. Proprio in attesa di posizionare o potenziare gli impianti secondo quelli che saranno i dettami ministeriali. Cosa fu previsto anni fa per la bonifica del sottosuolo: asportazione dell'asfalto che era stato steso per consentire il transito dei camion che portarono in discarica i materiali delle demolizioni (capannoni abbattuti); asportazione dal sottosuolo di circa 200 mila metri cubi di materiali inquinanti (arsenico, diserbanti, individuati dalle caratterizzazioni), scavando per circa due metri e in altre zone circoscritte per cinque o sei metri.

L'incidente all'Anic, ex Rumianca, che portò poi alla chiusura dell'azienda, avvenne il 12 marzo 1984; due operai rimasero intossicati. L'Usl mise subito sotto sequestro cautelativo l'impianto interessato. Secondo quanto fu ricostruito all'epoca, si sarebbe verificato un fenomeno di surriscaldamento nel reparto di produzione di un erbicida, con fuoriuscita di fumi sia nel locale di lavoro che all'esterno. I due lavoratori coinvolti furono ricoverati, e dimessi dopo alcuni giorni. Nella fabbrica di Avenza giunsero gli esperti dell'istituto superiore di sanità; fu aperta un'inchiesta della magistratura, e il pretore dottor Mauceri fece apporre i sigilli al capannone interessato non appena gli fu segnalato l'accaduto. Furono prelevati campione delle sostanze, anche l'Anic Agricoltura nominò un suo perito. Dai primi esami fu riscontrata la presenza di composti, a seguito dell'incidente, appartenenti alla famiglia delle diossine, cioé policrorodibenzodiossine, con circa 350 parti per milione. Non furono comunque riscontrati fenomeni allarmanti di sanità pubblica da parte del ministero. Di fatto, la fabbrica non rientrò più in produzione.

 Il Tirreno, Carrara - 9 dicembre 2009

In un giorno ancora da fissare del 2011, potrebbe cambiare la storia economica del Comune di Carrara: è fissata infatti fra due anni la sentenza d'appello per la megacausa intentata da palazzo civico (e dal ministero dell'ambiente) contro la "Syndial", la società del gruppo Eni subentrata all'Enichem nel contenzioso per l'inquinamento dell'area ex Rumianca. La richiesta è monstre: 80 milioni di euro.

 Il primo atto di citazione risale al novembre 1988: il Comune chiedeva che il tribunale riconoscesse la responsabilità dell'Enichem Agricoltura per l'inquinamento del terreno e delle falde acquifere verificatosi in conseguenza della produzione industriale, e di sentirla dichiarare obbligata al ripristino dello stato dei luoghi e alla integrale bonifica a sue spese; oltre al risarcimento danni. Al Comune di Carrara si associavano il Ministero dell'ambiente, il Ministero della protezione civile e Legambiente. Nel 1994 veniva decisa la competenza territoriale del tribunale di Genova. Nel 2001 viene disposta l'ispezione dei luoghi. Ma da un rinvio all'altro, solo nel dicembre 2007 la causa era trattenuta in decisione  PRIMA DOCCIA FREDDA.  Il 20 maggio 2008, la doccia fredda: il tribunale di Genova, rigetta le domande proposte in giudizio dal Comune di Carrara e dal Ministero dell'Ambiente in quanto «infondate in fatto e in diritto»; le spese della Ctu sono a carico solidale delle parti, compensa le spese. Il Comune di Carrara ha presentato appello ritenendo la sentenza erronea, ingiusta e gravatoria. Il punto chiave per cui il tribunale ha respinto la domanda del Comune di Carrara è che, nel caso dell'ex Enichem, non troverebbe applicazione l'articolo 18 della legge 349 del 1986, in pratica le legge che istituisce il ministero dell'ambiente e stabilisce le norme relative al danno ambientale. Questo perché i fatti si sarebbero verificati anteriormente all'entrata in vigore della legge. L'ARTICOLO 18 SUL DANNO AMBIENTALE. Il punto 1 dell'articolo 18 richiamato dal Comune sostiene: "Qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base a legge che comprometta l'ambiente, ad esso arrecando danno, alterandolo, deteriorandolo o distruggendolo in tutto o in parte, obbliga l'autore del fatto al risarcimento nei confronti dello Stato". I MOTIVI DEL RICORSO. Secondo i legali del Comune, la sentenza è errata e priva di fondamento perché l'ambiente come bene giuridico trova il fondamento giuridico non nell'articolo 18 della legge 349-1986, ma direttamente nella Carta Costituzionale. Non solo: la Corte di Cassazione - spiegano i legali del Comune - nel febbraio 1998 si è espressa sostenendo che nulla impedisce al giudice di utilizzare «anche per il passato», ossia per fatti antecedenti l'entrata in vigore della legge 349, gli spunti ricavabili dalla stessa. L'INCIDENTE DEL 1984. Nel lungo ricorso in appello, il Comune sottolinea: per dimostrare un fatto materiale all'origine del danno ambientale, non vi è solo l'incidente del marzo 1984 (che portò all'ordinanza di chiusura del giugno successivo), ma anche l'attività industriale svolta nei decenni precedenti nel sito di Avenza e accompagnata - si scrive - «dall'indiscriminato accumulo di rifiuti tossici». Secondo i legali, la condotta colposa e il nesso di causalità tra l'azione «o meglio, l'omissione della Enichem Agricoltura e di tutte le altre società che l'hanno preceduta, sono ampiamente dimostrati - nonostante l'avviso contrario del giudice di primo grado - dalle indagini svolte dopo l'incidente del 12 marzo».

 Scrisse il consulente del Comune ingegner Roberto Carrara: «La società Anic Agricoltura, come peraltro i precedenti proprietari e gestori dello stabilimento, gestiva impianti non adeguati e in violazione delle norme di legge e di buona tecnica», tanto che «il danno ambientale sarebbe stato evitato se gli impianti, fra cui quello per la produzione dei diserbanti in polvere, fossero stati "a norma"».

 "21 VIOLAZIONI DI LEGGE". Nel verbale di ispezione relativo al sopralluogo del 31 marzo 1984, si sottolinea, furono rilevate dal servizio multizonale di prevenzione dell'Usl «ben 21 violazioni di legge, fra prevenzione infortuni, igiene del lavoro, impianti elettrici». Non solo: nella sua perizia il dottor Caiazzo (esperto nominato dal tribunale di Palermo), nell'ambito della cessione degli stabilimenti di proprietà Sir ad Anic Agricoltura, nel dicembre 1982, data di passaggio di consegna, scrive in merito a Carrara: «Uno stabilimento vecchio e dall'aspetto cadente, il suo deterioramento sembra attribuibile più che al trascorrere del tempo, alla prolungata assenza di manutenzione».RIFIUTI TOSSICI. Si fa notare che sono state sempre praticamente lavorazioni di rifiuti qualificabili come tossici, perché i componenti principali sono stati: arsenico, ceneri, piriti, pesticidi, clorurari; fino agli anni 70, la Rumianca per cloruri, arsenico, ammoniache; fino alla fine degli anni 70 la Sir per antiparassitari e acido citrico.QUANTIFICAZIONE DEL DANNO. I legali del Comune sostengono che anche il ripristino dei siti danneggiati non può e non deve esaurire l'intera vicenda lesiva. Distinguono da una parte il danno patrimoniale: mancato introito di Ici per un milione e 524mila euro; mancato introito di oneri di urbanizzazione: un milione e 86mila; mancato introito Tarsu: un milione e 299mila euro. Il danno ambientale, calcolato in complessivi 139 milioni di euro, comporta una richiesta di risarcimento di 80 milioni (da un terzo a mezzo del danno ambientale, secondo la giurisprudenza della Corte d'Appello di Genova), «per la gravità ed estensione dell'inquinamento ambientale anche dopo gli interventi di bonifica», cifra comprensiva di danni morali, esistenziali e danni all'immagine subiti dal Comune di Carrara. Fra le aziende citate, in via principale la Syndial Spa (già Enichem, già Agricoltura, già Enichem Agricoltura), che si avvale di un superavvocato come il professor Vincenzo Roppo (lo stesso che ha portato la Cir di De Benedetti al maxisuccesso contro Finizinvest da 750 milioni); Nuova Cisa in liquidazione (già Rumianca in liquidazione); Sir Finanziaria in liquidazione; Società generale mobiliare in liquidazione. Gli avvocati che firmano il ricorso per il Comune sono Roberto Pegazzano Ferrando, Araldo Boggia e Sonia Fantoni. Vista la levatura del collegio difensivo avversario, anche in Appello però la battaglia non sarà facile. Ma certo: se in Appello fosse ribaltato il giudizio di primo grado, e fosse concesso un risarcimento anche di un terzo, è evidente che le casse comunali ne trarrebbero enorme beneficio.

Non è provata la responsabilità per il sito industriale

In primo grado, il giudice unico Roberto Bonino del tribunale di Genova, aveva scritto 63 pagine per spiegare che il Comune non aveva diritto al risarcimento da danno ambientale. Aveva scritto, fra l'altro, che «vi è soltanto la prova che sono contaminati, secondo i criteri della normativa attualmente vigente, esclusivamente il sottosuolo e le acque sotterranea al sito industriale, mentre i consulenti non hanno acquisito elementi o informazioni per poter affermare che l'attività dello stabilimento sia stata causa di un eventuale inquinamento delle zone e del territorio circostante (aria, suolo e sottosuolo) e-o della falda acquifera esterna al sito». Il riferimento preso dal giudice per negare il diritto al risarcimento era l'articolo 2043 del codice civile, ritenendo inapplicabile, come diciamo a parte, la legge 349 del 1986. Questa legge all'articolo 3 spiega, fra l'altro: "L'azione di risarcimento del danno ambientale, anche se esercitata in sede penale, è promossa dallo Stato, nonché dagli enti territoriali sui quali incidano i beni oggetto del fatto lesivo". E ancora: "Il giudice, nella sentenza di condanna, dispone, ove possibile, il ripristino dello stato dei luoghi a spese del responsabile". Sui terreni dell'ex Rumianca vi è in corso un'operazione di bonifica su cui non vi è ancora certezza rispetto ai tempi di conclusione. Come abbiamo spiegato nei giorni scorsi, il progetto attende il decreto attuativo del ministero. Questo almeno fu q«C'erano timori che nel bunker dello stabilimento ci potessero essere armi chimiche. Visto che risaliva al periodo bellico. A quei tempi la commissione che era stata costituita ad hoc per la bonifica dell'area, si pose quell'interrogativo. C'erano armi chimiche in quel bunker? Per cui, per aprirlo adottammo molte precauzioni, a cominciare dal foro fatto dall'esterno per sondare la qualità dell'aria: dentro non c'erano gas nervini. Ma ricordo che entrammo con gli scafandri. E ricordo che trovammo al primo piano arsenico di piombo e anidride arseniosa. Più sotto era vuoto, solo tracce di pesticidi». Lo racconta - parlando del rifugio antiaereo usato come magazzino nello stabilimento ex Rumianca (e poi ex Anic, ex Enichem) il dottor Gino Camici, chimico che per molti anni ha diretto l'Arpat di Massa Carrara. Dopo la chiusura dello stabilimento ex Rumianca, che nel 1984 si chiamava Anic, Camici seguì, insieme a una commissione di esperti, tecnici e istituzionali, «stabilita dall'allora ministero della Protezione civile», le operazioni di controllo di tutta l'area: su quei 17 ettari, cominciò poi l'iter per la bonifica. Che dopo venti anni non è ancora finita. «Ormai - dice Camici - là si vede tutto un deserto, i capannoni sono stati smantellati e abbattuti. Quel poco che rimane è vuoto. Se ci fossero stati gas tossici in qualche contenitore si sarebbero visti. E' stata fatta un'indagine molto accurata sia sui terreni che sulle acque, con migliaia di campionamenti. I terreni sono risultati fortemente contaminati da sostanze chimiche utilizzate nei processi produttivi di Rumianca e Anic Agricoltura, ma non è stato trovato nulla riconducibile all'epoca di guerra, come gas nervini. I controlli iniziati dopo il 1984 sono andati avanti fino al 2002-2003. Poi c'è stato il progetto di bonifica mandato al ministero». Dunque, il timore di armi chimiche in quell'area, fu reale. Il bunker fece paura a chi dovette aprirlo. «I gas di guerra si potevano conservare in bombole. - spiega Camici - Nei molti scavi fatti nell'area, trovammo bombolette di alluminio, ma erano integre e vuote, forse destinate a contenere pesticidi. Il mio pensiero sulle armi chimiche? Non è quello il problema. Il problema, ben più complicato di quanto possa sembrare, è la bomba ecologica costituita da una concentrazione di inquinanti tossici nei terreni e nelle acque. Finora è stato fatto un lavoro perfetto per la depurazione della falda, ancora in corso. E' stato messo in sicurezza il suolo, ma va bonificato il sottosuolo e il via libera dipende dal ministero». Camici parla ancora degli accertamenti dal 1984 in poi: «Si riscontrò che c'erano prodotti solo riconducibili alle lavorazione tradizionali per l'agricoltura. E trovammo anche diclorofenossilacido che nel riscaldamento si trasforma in diossine: c'erano tracce nei terreni. Le diossine fanno tremare tutti, ma, facendo un esempio, erano come un'unghia incarnita rispetto a un tumore: il grosso del problema erano i pesticidi».

09/12/2009
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